Hulk Hogan Rock

Si potrebbe dire che il compito scelto da Fincher è tra i più gravosi: raccontare, attraverso The Social Network, la più grande storia della contemporaneità, come l’emergere delle tecnologie digitali stia dando una forma diversa ai rapporti sociali.Già in passato un film come I pirati della Silicon Valley aveva cominciato a raccontare quel mondo, ma troppo immaturo era il tema e troppo corti i tempi. Ora, a poco più di dieci anni di distanza, il rapporto tra creatori dei nuovi strumenti tecnologici e loro creature è pronto a fare da chiavistello per un racconto di più ampio respiro e di ancora maggior urgenza. Se il cinema è la forma d’arte che meglio intercetta e analizza il contemporaneo un film come The Social Network allora ne deve essere la quintessenza.Il rapporto con il vero Mark ZuckerbergMark Zuckerberg, che a 23 anni è diventato miliardario con un’invenzione che forse non è proprio tutta farina del suo sacco (ma di quanti grandi inventori della storia si può dire lo stesso?), non ha solo fatto la sua fortuna personale, è anche diventato uno dei più importanti tasselli nel processo di mutamento del modo in cui stringiamo relazioni mediate da strumenti tecnologici.

Come il primo Iron Man, e forse più del primo Iron Man, Black e Pearce costruiscono una grossa storia in cui si toccano temi di attualità non indifferenti, si mostra l’incapacità dell’esercito americano (qui è War Machine/Iron Patriot)di trovare il nemico, anche se a pochi chilometri di distanza, e soprattutto l’idea dell’anonimato. “Puoi regnare da dietro le quinte. Perché quando dai un volto al male un Bin Laden, un Gheddafi, un Mandarino.

SCENDE IN CAMPO ETIHAD. A fine anno, sfumata l di Air France e concluso l di capitale, prende sempre più piede l in scena della giovane compagnia con base ad Abu Dhabi. Poi a febbraio c l tra Alitalia e sindacati sugli esuberi in vista di un accordo.

Le immagini girate nei luoghi in cui si combatte e si muore restituiscono con grande efficacia il clima di continua tensione in cui si è costretti ad esistere. Le descrizioni del decesso del primo nemico caduto per propria mano mettono a nudo le coscienze ma il quesito resta. Siamo di fronte ad eroi che un giorno speriamo di dover ringraziare per il contributo che hanno dato alla sconfitta dell’Isis oppure dinanzi a persone che hanno trovato nell’ideale un modo per sublimare in positivo le proprie pulsioni, il proprio bisogno di sfidare la morte? Gli autori non ci danno e non ci vogliono dare una risposta precostituita.

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